Cos’è l’affido sine die?

Ci sono aspetti probabilmente poco conosciuti della realtà dell’affido familiare nel nostro Paese.

Dalle ultime ricerche del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali risulta che oltre il 60% degli affidi si protraggono Sine Die, cioè con continui rinnovi che ne posticipano la durata fino al raggiungimento della maggiore età del minore e che non prevedono il ritorno dello stesso nella famiglia di origine. Spesso la famiglia affidataria diventa il luogo nel quale il minore cresce fino al raggiungimento della maggiore età. Questo dato è evidentemente in contrasto con le intenzioni della Legge n. 184/1983 “Diritto del minore ad una famiglia” (http://presidenza.governo.it/AmministrazioneTrasparente/DisposizioniGenerali/AttiGenerali/OrdinamentoPCM/OrganizzazioneInterna/CommAdozioniIntern/legge_184.pdf) ossia quelle di ridurre al minimo la permanenza del minore fuori dalla famiglia di origine.

L’Art. 4.4 della suddetta Legge recita infatti: “Nel provvedimento di cui al comma 3, deve essere indicato il periodo di presumibile durata dell’affidamento che deve essere rapportabile al complesso di interventi volti al recupero della famiglia d’origine. Tale periodo non può superare la durata di ventiquattro mesi ed è prorogabile, dal tribunale per i minorenni, qualora la sospensione dell’affidamento rechi pregiudizio al minore”.

La legge riporta in tutte le sue parti il termine “temporaneo” come di fatto l’affido dovrebbe essere: un intervento temporaneo dove il minore viene collocato in una famiglia affidataria, nell’attesa che, con un aiuto e con un supporto, la famiglia biologia recuperi le sue capacità genitoriali.

Le intenzioni della legge del 4 maggio 1983, n. 184  erano infatti quelle di ridurre al minimo la permanenza del minore fuori dalla famiglia di origine ma nei fatti ciò non è avvenuto e non avviene, rendendo incerta la bontà di soluzioni che assumono la caratteristica della temporaneità.

Poiché è evidente dall’ultima ricerca del Ministero delle Politiche Sociali (2012) che il collocamento in comunità è lo strumento di intervento elettivo dai Servizi Sociali (sono 15mila i minori allontanati dalla propria famiglia e collocati nelle comunità residenziali ove nella percentuale dell’80%  rimangono fino al 18esimo anno di età) anziché la famiglia affidataria; l’Associazione Kairòs ha deciso di intervenire a favore di quei minori per i quali non è più previsto il rientro in famiglia ma su cui gravitano situazioni di incertezza e instabilità anche giuridica.

Consapevole che una collocazione presso una famiglia in affido Sine-Die non garantisce la tutela del minore dal punto di vista giuridico e consapevole che si dovrebbe procedere con l’adozione legittimante o, con le nuove forme di applicazione ex art. 44 , denominate “adozione mite”.

Detto questo l’Associazione Kairòs vuole intervenire nell’interesse supremo e unico del minore come indicato dal legislatore proponendo una soluzione volta a riparare il percorso frammentato delle precedenti esperienze di accudimento.

Il presupposto da cui l’equipe Kairos prende le mosse è quello secondo cui non esiste aiuto più terapeutico della disponibilità di un ambiente familiare sensibile e responsivo in grado di offrire un accudimento costante.

 

 

 

 

 

 

 

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